Sahara occidentale, 5 settembre 2025 – Negli ultimi giorni si è fatta strada una proposta tanto controversa quanto pericolosa: trasformare il Sahara Occidentale occupato in un’area di reinsediamento per la popolazione palestinese di Gaza.
L’idea, rilanciata dal quotidiano israeliano Jerusalem Post il 2 settembre in un articolo a firma dell’analista Rafael Castro, descrive il territorio saharawi come una “terra vuota” sotto controllo marocchino, che potrebbe accogliere gli sfollati palestinesi. Presentata come una “soluzione umanitaria”, questa prospettiva rivela invece un progetto politico e coloniale che mira a legittimare l’annessione illegale del Sahara Occidentale e a cancellare i diritti storici di due popoli: quello palestinese e quello saharawi.
Un disegno di ingegneria demografica:
Secondo Castro, il reinsediamento dei gazawi nel Sahara occidentale occupato rafforzerebbe la presenza demografica del Marocco nella regione, indebolendo il Fronte Polisario e consolidando la posizione internazionale di Rabat. L’operazione verrebbe così presentata come un’occasione di sviluppo economico e cooperazione, ma nei fatti risponde alla logica dell’occupazione e del controllo militare.
Il progetto prevede persino l’esportazione della tecnologia agricola ed energetica israeliana nel Sahara, con la prospettiva di creare un asse Tel Aviv–Rabat che unifichi in un’unica strategia geopolitica l’occupazione della Palestina e quella del Sahara Occidentale.
Una “Nakba” che si ripete:
La proposta ignora deliberatamente che il Sahara Occidentale è un territorio non autonomo in attesa di decolonizzazione, riconosciuto dalle Nazioni Unite, e che il popolo saharawi da cinquant’anni vive sotto occupazione, repressione e saccheggio delle proprie risorse.
Trasformare il Sahara in una “terra di reinsediamento” significherebbe replicare la tragedia del 1948, quando i palestinesi furono cacciati dalle loro case e resi rifugiati a vita. Né i palestinesi hanno bisogno di una nuova espulsione, né i saharawi possono accettare che la loro terra venga svenduta come merce di scambio geopolitico.
Una minaccia alla pace e al diritto internazionale:
Dietro le parole di “sviluppo” e “cooperazione” si cela una visione coloniale che calpesta i principi fondamentali del diritto internazionale e della volontà popolare. Una simile operazione non porterebbe alla pace, ma aprirebbe un nuovo fronte di conflitto e ingiustizia.
La soluzione non è il trasferimento forzato di popoli, ma il rispetto dei diritti: il diritto al ritorno dei palestinesi nelle loro terre e il diritto del popolo saharawi all’autodeterminazione e all’indipendenza.
La risposta dei movimenti di solidarietà:
La Comunità Europea Saharawi, insieme ai movimenti solidali con Palestina e Sahara Occidentale, denuncia con forza questo piano e le manovre mediatiche che tentano di normalizzarlo. Ribadiamo che la pace autentica non può essere costruita su logiche coloniali, ma solo sul riconoscimento della giustizia e della sovranità dei popoli.
