Ginevra, 11 settembre 2025 – La situazione dei prigionieri politici saharawi e delle loro famiglie è stata al centro di una dichiarazione rilasciata mercoledì 10 settembre da Hasanna Abba, difensore dei diritti umani, durante un evento collaterale al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra.
L'evento, promosso da Front Line Defenders, International Service for Human Rights e Rafto Foundation, con il sostegno della Rappresentanza permanente del Sudafrica, ha offerto una piattaforma per denunciare le gravi e continue violazioni dei diritti nel Sahara Occidentale.
La dura realtà della detenzione politica:
Nel suo intervento, Hasanna Abba ha collegato la questione della detenzione politica all'invasione marocchina del 1975, definendo gli arresti arbitrari come veri e propri "rapimenti" che ignorano il diritto internazionale. La situazione attuale vede circa 32 prigionieri politici saharawi detenuti in diverse carceri marocchine, spesso a centinaia di chilometri dalle loro case. Le strutture più vicine si trovano a quasi 600 km, una distanza che rende estremamente difficili le visite dei familiari.
Abba ha citato il caso emblematico del gruppo Gdeim Izik, i cui membri affrontano condizioni disumane da 15 anni, nonostante le Nazioni Unite abbiano condannato la loro detenzione come illegale.
Un modello sistematico di rappresaglie:
Hasanna Abba ha illustrato un quadro desolante di abusi sistematici. I prigionieri subiscono torture psicologiche, negazione dell'istruzione e confisca del materiale di studio. Le visite dei familiari sono spesso limitate e umilianti, con perquisizioni invasive. Le autorità marocchine applicano anche pressioni economiche, come la sospensione degli stipendi dei parenti che sostengono i detenuti o collaborano con le organizzazioni internazionali.
Un altro aspetto crudele è il divieto di telefonate, che impedisce ai prigionieri di comunicare con le loro famiglie anche in caso di lutto, isolandoli dalle loro comunità. Le famiglie sono a loro volta vittime di intimidazioni, irruzioni nelle case e attacchi, come nel caso di quelle dei prigionieri Mohamed Buryal e Mohamed Lamine Haddi.
All'interno delle carceri, i detenuti sono soggetti a isolamento, maltrattamenti costanti, accesso limitato ai servizi essenziali e negligenza medica deliberata, che pone rischi potenzialmente letali. Abba ha definito queste pratiche come una forma di punizione collettiva, in violazione del diritto internazionale umanitario.
L'appello alla comunità internazionale:
In conclusione, Abba ha lanciato un forte appello alla comunità internazionale:
- Agire per far rispettare le decisioni delle Nazioni Unite riguardanti i prigionieri di Gdeim Izik e gli altri detenuti.
- Esercitare pressioni diplomatiche sul Marocco per garantire i diritti dei prigionieri.
- Sostenere le famiglie che subiscono molestie e privazioni quotidiane.
"La questione dei prigionieri saharawi non riguarda solo gli individui dietro le sbarre," ha affermato Abba. "Riguarda i diritti di un intero popolo sotto occupazione, un popolo che merita giustizia, libertà e dignità."
Il panel ha visto la partecipazione di esperti e difensori dei diritti umani, tra cui il professor Mads Andenas, ex presidente del Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria, e i difensori saharawi Ibrahim Moussayih e Mahfoud Bechri.
