Sahara occidentale, 29 maggio 2025 – In un’epoca segnata da una profonda crisi della solidarietà araba e da una crescente militarizzazione delle alleanze regionali, il Marocco emerge come emblema di un allineamento sempre più inquietante con l’entità sionista. Dalla repressione del popolo saharawi alla complicità nei crimini contro i palestinesi, Rabat ha abbandonato ogni pretesa di neutralità o principio anticolonialista per divenire attore attivo in una rete di occupazione, normalizzazione forzata e soppressione della resistenza.
Quello che si configura oggi non è solo uno spostamento strategico, ma un vero e proprio collasso morale, una rottura storica con i valori della lotta anticoloniale e panaraba, in favore di una convergenza con i disegni espansionistici e repressivi dell’entità israeliana.
Normalizzazione o capitolazione? Una complicità strutturata
L’avvicinamento del Marocco a Israele non è né improvviso né occasionale. È l'esito di una lunga e silenziosa collaborazione, ora apertamente abbracciata sotto la retorica della "cooperazione strategica". Porti marocchini aperti alle navi da guerra israeliane, spazio aereo concesso alle operazioni di intelligence congiunte, partecipazione a esercitazioni militari come "African Lion" – tutto testimonia un’adesione strutturata al paradigma securitario imposto da potenze occidentali e sioniste nel Nord Africa e nel Sahel.
Non si tratta di semplici scambi diplomatici, ma di una ridefinizione della sovranità marocchina secondo una logica repressiva e di contenimento dei movimenti di liberazione, tanto in Palestina quanto nel Sahara Occidentale.
L’Internazionale socialista come palcoscenico di manipolazione:
Il tentativo del regime marocchino di imporre un falso rappresentante saharawi durante la recente sessione dell’Internazionale Socialista a Rabat ha evidenziato la profondità della sua strategia di delegittimazione del Fronte Polisario. Una manovra condotta in violazione delle regole dell’organizzazione, e smascherata grazie alla prontezza delle forze progressiste internazionali, che hanno bloccato l’iniziativa in attesa di verifica.
Questo episodio ha rivelato il ricorso sempre più sfacciato del Marocco alla manipolazione politica e alla costruzione di narrazioni fittizie per guadagnare consenso internazionale – una strategia che, seppur temporaneamente efficace, ha mostrato anche i limiti della diplomazia fondata sull’inganno.
Israele sul suolo marocchino: il volto della nuova alleanza militare
Mentre a Gaza si consumava l’ennesimo massacro sotto le bombe israeliane, in Marocco si tenevano esercitazioni militari con la partecipazione delle stesse unità sioniste accusate di crimini di guerra. La presenza di questi reparti sul territorio marocchino ha destato indignazione internazionale, culminando nella ferma condanna della Relatrice Speciale dell’ONU Francesca Albanese, che ha parlato di un “livello di degradazione morale senza precedenti”.
Più che una cooperazione militare, si è trattato di un allineamento ideologico. Le Forze Armate marocchine non appaiono più al servizio della difesa nazionale, ma complici in un disegno di repressione transnazionale contro i popoli che rivendicano autodeterminazione.
Un’alleanza con radici storiche di tradimento:
La complicità marocchina con Israele non nasce con gli Accordi di Abramo. Già nel 1967, durante la guerra dei Sei Giorni, il re Hassan II collaborò con il Mossad fornendo registrazioni riservate della Lega Araba, contribuendo in modo sostanziale alla sconfitta delle forze arabe. Quello che un tempo era tradimento nascosto, oggi è diventato politica istituzionalizzata.
Droni, satelliti di sorveglianza, accordi di intelligence e scambi militari: Rabat si è integrata pienamente nel sistema regionale di controllo e repressione progettato da Tel Aviv e Washington. Una “normalizzazione” che somiglia più a una sottomissione strategica.
Repressione interna e silenzi imposti:
Questa alleanza esterna ha il suo riflesso all’interno: la normalizzazione con Israele è accompagnata da una stretta autoritaria senza precedenti. Giornalisti, attivisti e oppositori della politica filosionista del regime vengono perseguitati, intimiditi o incarcerati. Il dissenso è etichettato come sovversione, e la solidarietà con la Palestina diventa motivo di censura.
Il giovane attivista marocchino Yasser El-Abbadi ha riassunto il sentimento diffuso: “Il Makhzen si è alleato con chi massacra bambini, e nel frattempo imprigiona chi difende i diritti umani”.
Una lotta unificata contro l’occupazione:
Le lotte del popolo saharawi e di quello palestinese sono oggi parte di un’unica narrativa di resistenza. Si combatte contro lo stesso schema di dominazione: l’occupazione, la normalizzazione imposta, la repressione del diritto all’autodeterminazione. In entrambi i casi, il Marocco non è un semplice osservatore, ma un attore determinante del meccanismo repressivo.
Il fallimento nell’imporre un rappresentante fittizio saharawi all’Internazionale socialista e la rivelazione della collaborazione militare con Israele hanno smascherato la vera natura del regime di Rabat: un alleato strutturale delle potenze che mirano a soffocare ogni forma di resistenza nei territori colonizzati.
Conclusione: La storia chiederà conto
Il Marocco ha fatto la sua scelta: abbandonare la solidarietà araba per un’illusoria protezione occidentale e sionista. Ma ogni decisione ha il suo prezzo. Sempre più isolato e screditato, il regime marocchino si affida alla repressione per mantenere il controllo, ma la storia non è mai stata gentile con i collaborazionisti dell’occupazione.
La resistenza saharawi e palestinese continua, nonostante il tradimento delle cancellerie arabe. E mentre i regimi barattano dignità per armamenti, i popoli oppressi non dimenticano. La loro lotta, radicata nella giustizia, rappresenta la certezza che nessuna alleanza può estinguere la volontà di libertà.
