Damasco, 29 maggio 2025 – Una nuova ondata di disinformazione si è abbattuta sul conflitto del Sahara Occidentale, questa volta coinvolgendo la Siria. Secondo quanto riportato da diversi media arabi e rilanciato dall’agenzia ufficiale di stampa marocchina, il governo siriano avrebbe chiuso un presunto “ufficio del Fronte Polisario” a Damasco. Tuttavia, una verifica accurata dei fatti rivela un racconto inconsistente, alimentato da interessi politici e carente di qualsiasi fondamento oggettivo.
Il “club” scambiato per ambasciata:
Dopo aver condotto semplici indagini e analizzato il materiale video e fotografico diffuso dai media marocchini, è emerso che l’edificio spacciato come sede del Polisario era in realtà un club studentesco di lingue e informatica affiliato all’Unione degli Studenti Siriani, inaugurato nella capitale siriana il 24 dicembre 2015.
La goffaggine dell’operazione mediatica ha suscitato non poco sarcasmo tra gli osservatori: anziché costruire una messinscena più credibile – ad esempio inserendo simboli saharawi o arredando l’interno per simulare un ufficio diplomatico – si è preferito mostrare un locale abbandonato e chiuso con una catena, senza alcun riferimento visibile al Fronte Polisario. L’effetto finale è stato tanto clamoroso quanto imbarazzante.
Una fonte dubbia e un silenzio significativo:
L’intera notizia è stata originata e diffusa dall’agenzia ufficiale marocchina (MAP), e nessuna fonte siriana indipendente o istituzionale ha mai confermato la chiusura di un presunto ufficio del Polisario. Persino l’agenzia siriana SANA, la principale emittente statale con sede a pochi metri dal luogo indicato nel video, ha rilanciato la notizia citando unicamente la MAP, senza verificarla o commentarla direttamente.
Questo silenzio istituzionale siriano è eloquente e alimenta dubbi sulla veridicità della vicenda, suggerendo che si tratti più di una costruzione narrativa che di un fatto diplomatico reale.
La posizione del Fronte Polisario: nessuna sede in Siria:
Un portavoce ufficiale del Fronte Polisario ha dichiarato che non esiste alcuna rappresentanza ufficiale o ufficio del movimento a Damasco, né oggi né in passato. Non ci sono prove documentate – né fotografie né registrazioni video – che mostrino funzionari del Polisario svolgere attività diplomatiche nella capitale siriana.
Se tale sede fosse realmente esistita, avrebbe inevitabilmente partecipato a eventi pubblici o cerimonie ufficiali, come avviene per le delegazioni estere. L’assoluta assenza di tali evidenze rafforza la tesi che l’intera notizia sia frutto di una strategia comunicativa mirata.
Un contesto politico da leggere tra le righe:
L’annuncio della presunta chiusura dell’“ufficio” del Polisario è avvenuto in coincidenza con l’arrivo di tecnici del Ministero degli Esteri marocchino a Damasco, impegnati nella preparazione per la riapertura dell’ambasciata del Marocco in Siria. Questo tempismo non può essere ignorato.
Appare evidente il tentativo di fornire una narrazione diplomatica secondo cui la Siria avrebbe scelto di rompere i legami con il Polisario per favorire il riavvicinamento con Rabat. Una lettura che, in mancanza di riscontri ufficiali e materiali concreti, risulta più utile alla propaganda che alla comprensione della realtà.
Un precedente di disinformazione:
Non è la prima volta che il regime marocchino cerca di manipolare l'opinione pubblica internazionale attraverso notizie false sul Fronte Polisario. Un esempio emblematico è la presunta detenzione di 500 combattenti saharawi nella prigione centrale di Aleppo, mai confermata da fonti indipendenti e completamente priva di evidenze.
Tali episodi rientrano in un modello sistematico di disinformazione, volto a screditare il Polisario e a rafforzare, attraverso menzogne mediatica, la legittimità della posizione marocchina sul Sahara Occidentale.
Conclusione: la propaganda ha le gambe corte:
La vicenda della “chiusura dell’ufficio del Polisario” a Damasco si inserisce in una lunga serie di operazioni propagandistiche orchestrate da Rabat, dove la manipolazione dell’informazione diventa uno strumento di politica estera. Tuttavia, come dimostra questa inchiesta, le bugie hanno la corda corta: bastano pochi elementi verificabili per smascherare una narrativa costruita sul nulla.
È compito della stampa, della società civile e delle istituzioni internazionali contrastare queste distorsioni, riportando il dibattito sulla questione saharawi nei binari della verità e del diritto internazionale.
Il rispetto per il popolo saharawi passa anche da questo: non permettere che la loro storia venga scritta a colpi di propaganda e silenzi pilotati.
