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Giornalisti e cineasti saharawi denunciano i festival a Dakhla: La cultura non può coprire le violazioni dei diritti umani

 


Sahara Occidentale, 5 giugno 2026 – Un duro appello è stato lanciato dai giornalisti e dai registi saharawi che operano nelle zone occupate del Sahara Occidentale contro la partecipazione di artisti, registi e sceneggiatori internazionali agli eventi culturali organizzati dalle autorità marocchine nella città occupata di Dakhla.

In una dichiarazione diffusa il 4 giugno, i professionisti saharawi dell'informazione e dell'audiovisivo hanno espresso il loro «più fermo rifiuto» nei confronti di tali manifestazioni, definendole uno strumento di propaganda volto a presentare una falsa immagine di normalità in un territorio che, secondo numerose organizzazioni per i diritti umani, continua a essere segnato da restrizioni delle libertà fondamentali e da gravi violazioni dei diritti umani.

«Mentre gli ospiti internazionali vengono accolti con tappeti rossi e cerimonie ufficiali, i giornalisti e i registi saharawi affrontano quotidianamente sorveglianza, intimidazioni, censura e limitazioni alla loro attività professionale», si legge nel comunicato. I firmatari sottolineano come non possa esistere un autentico dialogo culturale in un contesto in cui la libertà di espressione e il diritto all'informazione siano sistematicamente negati alla popolazione saharawi.

La dichiarazione esprime inoltre apprezzamento per la decisione del regista spagnolo Manuel Peña, che ha scelto di ritirare la propria partecipazione all'evento dopo essere stato informato sulla situazione dei diritti umani nel territorio. Secondo gli autori del comunicato, la scelta del cineasta rappresenta «un esempio di integrità, responsabilità e impegno a favore della giustizia e dei diritti umani».

I giornalisti e i registi saharawi rivolgono quindi un appello alla comunità cinematografica internazionale, invitando registi, sceneggiatori, produttori e membri delle giurie a non contribuire, anche indirettamente, a quella che definiscono una strategia di "whitewashing" dell'occupazione marocchina del Sahara Occidentale.

«Dietro l'immagine promossa da questi eventi culturali – affermano – si nasconde una realtà caratterizzata da repressione, intimidazioni e dal sistematico silenziamento del giornalismo indipendente e dell'attivismo pacifico».

Nel comunicato viene inoltre ricordato che numerosi attivisti e professionisti dei media saharawi hanno subito gravi conseguenze per il loro lavoro di documentazione e denuncia. Alcuni sarebbero stati condannati a lunghe pene detentive sulla base di accuse considerate politicamente motivate, mentre altri avrebbero subito torture, licenziamenti, restrizioni professionali e continui controlli da parte delle autorità.

La dichiarazione si conclude con l'invito alla comunità internazionale della cultura e del cinema a sostenere la libertà di espressione e il diritto del popolo saharawi a raccontare la propria realtà senza censure né persecuzioni.

Il comunicato è firmato da Équipe Média Sahara, collettivo di giornalisti e operatori dell'informazione attivo nelle zone occupate del Sahara Occidentale.

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