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Simone Bolognesi alla IV Commissione ONU: È tempo di restituire al popolo Saharawi il diritto all’autodeterminazione



New York, 10 ottobre 2025 — Nel corso dei lavori della Quarta Commissione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dedicata alle politiche di decolonizzazione, Simone Bolognesi, delegato della Rete Saharawi e presidente dell’associazione CittàVisibili APS, ha preso la parola giovedì 9 ottobre per denunciare le persistenti violazioni del diritto all’autodeterminazione del Popolo Saharawi e lo sfruttamento illegittimo delle risorse naturali del Sahara Occidentale.

“È giunto il momento di scegliere: stare dalla parte della legalità, della giustizia e della dignità dei popoli, oppure continuare ad alimentare un sistema di complicità e di ingiustizia”, ha dichiarato Bolognesi nel suo intervento.

Un popolo privato della propria terra e dei propri diritti:

I Saharawi sono il popolo originario del Sahara Occidentale, territorio annesso dal Marocco nel 1975 dopo il ritiro della Spagna, ex potenza coloniale.
Da allora, decine di migliaia di Saharawi vivono in esilio nei campi profughi di Tindouf, nel sud-ovest dell’Algeria, mentre la loro terra continua a essere occupata militarmente e sfruttata economicamente dal regime marocchino.

“Dal 1975 i Saharawi combattono con la diplomazia per vedere riconosciuto il loro diritto all’autodeterminazione — ha ricordato Bolognesi — ma nonostante le numerose risoluzioni delle Nazioni Unite e le sentenze della Corte di Giustizia Europea, la comunità internazionale continua a rimanere inerte, prigioniera di silenzi e complicità.”

La posizione della Rete Saharawi:

Fondata nel 2020, la Rete Saharawi riunisce oltre trenta associazioni italiane impegnate nella promozione dei diritti del Popolo Saharawi e nel sostegno umanitario e culturale alle comunità rifugiate.
Nel suo intervento a New York, Bolognesi ha ribadito che il diritto all’autodeterminazione del Sahara Occidentale è pienamente riconosciuto dal diritto internazionale, come sancito dai Patti internazionali del 1966 e dal parere della Corte Internazionale di Giustizia del 1975, secondo cui il territorio non ha mai avuto legami di sovranità con il Regno del Marocco.

Inoltre, la giurisprudenza europea ha stabilito in modo inequivocabile — a partire dalla sentenza del 2016 della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, confermata da successive decisioni nel 2021 e nel 2024 — che il Sahara Occidentale è un territorio “distinto e separato” dal Marocco e che nessun accordo commerciale o di pesca può essere applicato a quel territorio senza il consenso del legittimo rappresentante del Popolo Saharawi, il Fronte Polisario.

Una richiesta di responsabilità concreta alle Nazioni Unite:

Nonostante questo quadro giuridico chiaro, ha denunciato Bolognesi, prosegue lo sfruttamento illegittimo di fosfati, risorse ittiche e prodotti agricoli provenienti dal Sahara Occidentale, con il coinvolgimento di numerose imprese europee e multinazionali.

Per questo, la Rete Saharawi ha chiesto alle Nazioni Unite di assumere un ruolo attivo e vincolante, proponendo misure concrete:

- Escludere i territori non autonomi da ogni accordo commerciale o economico privo del consenso dei popoli interessati;

- Creare un Registro internazionale dei rappresentanti legittimati a fornire il consenso per le attività economiche nei territori occupati;

- Introdurre obblighi di trasparenza, etichettatura e tracciabilità per i prodotti provenienti dal Sahara Occidentale;

- Prevedere sanzioni politiche ed economiche contro chi viola tali principi.

Un appello alla coscienza della comunità internazionale:

“Le ricchezze del Sahara Occidentale — ha concluso Bolognesi — continuano a finanziare un’occupazione illegittima che si alimenta del silenzio e della complicità della comunità internazionale. È tempo di restituire voce e dignità a un popolo che da mezzo secolo chiede solo una cosa: poter decidere liberamente del proprio futuro.”

Con parole ferme e rispettose, la Rete Saharawi ha ricordato alle Nazioni Unite che la decolonizzazione del Sahara Occidentale è ancora un dovere incompiuto, e che il principio di autodeterminazione non può restare una promessa disattesa.

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