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Il Fallimento annunciato della strategia americana sul Sahara Occidentale



Perché la decisione di Washington non andrà come gli Stati Uniti e il Marocco desideravano.

di Abdullah Ould Bouna – Esperto strategico
30 ottobre 2025


Un tentativo tardivo in un mondo che cambia:

La recente bozza di risoluzione americana sul Sahara Occidentale rappresenta un tentativo tardivo di imporre un fatto compiuto in un mondo che non accetta più la logica dell’unilateralismo.
La geopolitica del XXI secolo non è più disposta a tollerare la dottrina del “poliziotto internazionale” che per decenni ha permesso a Washington di dettare regole, ignorando la legittimità internazionale e la sovranità dei popoli.

Oggi, l’equilibrio globale si fonda su nuovi centri di potere che rivendicano il diritto di contenere l’arroganza occidentale e di difendere l’autodeterminazione come principio universale.


Un contesto globale sfavorevole a Washington:

L’iniziativa americana arriva in un momento di forte declino strategico per gli Stati Uniti.
La guerra in Ucraina si è trasformata da leva di pressione su Mosca a pesante fardello economico e politico.
Nel frattempo, il conflitto commerciale e tecnologico con la Cina ha aperto nuovi fronti di tensione in Asia e Africa, spingendo molti Paesi del Sud globale a prendere le distanze dall’asse occidentale.

In questo scenario, la parzialità americana verso Israele — e il sostegno alla guerra di sterminio condotta da Tel Aviv a Gaza — ha spogliato Washington dei suoi ultimi veli morali.
Gli slogan di “democrazia”, “diritti umani” e “pace” si sono rivelati vuoti di fronte a un mondo che osserva con indignazione il doppio standard statunitense.


Il veto di Mosca e Pechino: la fine dell’unipolarismo:

Gli Stati Uniti confidano ancora nella loro capacità di manovra all’interno del Consiglio di Sicurezza, ma la realtà è ormai cambiata.
Russia e Cina non permetteranno l’approvazione di alcun testo che legittimi l’occupazione del Sahara Occidentale o eluda il diritto dei saharawi all’autodeterminazione.

Per Mosca, la questione rappresenta la difesa della legalità internazionale contro l’abuso americano; per Pechino, è una prova della capacità del Sud globale di resistere al ricatto politico.
Il veto congiunto delle due potenze riflette il nuovo equilibrio diplomatico fondato sul principio della multipolarità.


L’Europa divisa e la solitudine americana:

L’Europa non è più l’alleato compatto di un tempo.
La Francia ha perso influenza in Africa, la Spagna è paralizzata dalle proprie contraddizioni interne, e la Germania evita di esporsi per non compromettere i suoi interessi energetici e commerciali.

Washington si ritrova così isolata nella sua battaglia diplomatica, priva dell’appoggio dei partner storici e incapace di costruire consenso internazionale.
Nel frattempo, l’opinione pubblica europea, scossa dal dramma di Gaza, guarda con crescente sfiducia alla politica estera americana.


L’Algeria, perno dell’equilibrio nordafricano:

L’Algeria è diventata la pietra angolare della stabilità regionale.
Fin dalla sua indipendenza, Algeri considera la questione del Sahara Occidentale non come una disputa di confini, ma come una causa di principio legata al diritto dei popoli all’autodeterminazione.
Oggi, grazie alle sue alleanze strategiche con Russia, Cina e Unione Africana, l’Algeria è una potenza diplomatica in grado di contrastare qualsiasi manovra americana o marocchina.

Più che un avversario, l’Algeria rappresenta una visione alternativa: una soluzione politica basata sulla legittimità internazionale e non sul ricatto geopolitico.


La crisi morale di Washington:

Il sostegno incondizionato di Washington a Israele e al governo estremista di Netanyahu ha minato la credibilità morale degli Stati Uniti.
Nelle capitali del Sud del mondo, la diplomazia americana è oggi percepita come un’erede del colonialismo, che usa il veto per proteggere l’ingiustizia.
Qualsiasi intervento americano nel dossier saharawi sarà inevitabilmente interpretato come una continuazione della stessa logica di dominazione e negazione dei diritti che si è vista a Gaza.


La questione saharawi: un caso di decolonizzazione incompiuta:

Il Sahara Occidentale non è una disputa territoriale, ma un processo di decolonizzazione sospeso dal 1975.
Le Nazioni Unite lo riconoscono come tale in tutte le loro risoluzioni dal 1965, e qualsiasi tentativo di aggirare il principio di autodeterminazione costituirebbe un suicidio politico e giuridico per Washington.
La bozza americana, per quanto diplomatica, è destinata al fallimento: contrasta con il diritto internazionale, con la volontà dei popoli e con la nuova realtà multipolare del mondo.


Un nuovo ordine mondiale:

Nel mondo post-egemonico, la forza non si misura più solo in termini militari, ma anche in base alla legittimità, alla credibilità e alla coerenza morale.
Gli Stati Uniti hanno perso parte del loro potere simbolico, mentre emergono nuovi poli capaci di difendere una visione più equa dell’ordine globale.

Il tentativo di Washington e Rabat di imporre la propria volontà sul Sahara Occidentale non solo fallirà, ma segnerà una tappa simbolica nel declino dell’unilateralismo americano.
L’era dei diktat è finita: la libertà dei popoli non si compra, e la legittimità non si impone.


Conclusione:
La decisione americana sul Sahara Occidentale non passerà.
Non per un veto formale, ma perché il mondo intero ha compreso che la storia è cambiata — e con essa, il significato stesso di giustizia internazionale.


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