Sahara occidentale, 17 luglio 2025 – In una delle regioni più aride del pianeta, il Marocco sta implementando una serie di megaprogetti tecnologici, turistici e agricoli nel Sahara Occidentale occupato, mascherandoli sotto l’etichetta della "transizione verde". Progetti che, dietro una narrazione di sostenibilità e innovazione, si traducono in un devastante consumo di risorse naturali e in una sistematica esclusione del popolo saharawi, che da decenni lotta per il diritto all’autodeterminazione.
L’illusione verde: il data center di Dakhla
Il progetto più emblematico è il nuovo data center da 500 megawatt previsto a Dakhla, alimentato da energia solare ed eolica. Presentato come il fiore all’occhiello dell’espansione digitale del Marocco in Africa, il centro promette di porre il Paese tra i leader continentali nell’intelligenza artificiale. Ma il prezzo ambientale e umano è altissimo.
Secondo i dati tecnici, la struttura potrebbe consumare fino a 1,8 miliardi di litri d’acqua all’anno, impiegati nel raffreddamento dei sistemi informatici. L'acqua, in gran parte estratta da falde fossili non rinnovabili, si forma in millenni e, una volta esaurita, non potrà essere reintegrata.
Per comprendere l’entità dello spreco, basta un confronto: circa 300.000 rifugiati saharawi sopravvivono nei campi nel sud dell’Algeria con 10-15 litri di acqua al giorno a persona, per un totale giornaliero che varia tra 3 e 4,5 milioni di litri. Il data center di Dakhla, da solo, userà ogni giorno una quantità d’acqua superiore a quella necessaria per l’intera popolazione saharawi esiliata. In un solo anno, potrebbe garantire acqua potabile a quei rifugiati per oltre 500 giorni.
Turismo e agricoltura intensiva: chi consuma e chi paga
Dakhla è anche al centro di un'aggressiva espansione turistica e agricola. Resort di lusso con piscine e prati irrigati, serre che producono frutta e ortaggi destinati all’esportazione, consumano enormi quantità d’acqua e terra. Queste attività si moltiplicano in un territorio fragile e semi-desertico, ma non coinvolgono né beneficiano la popolazione saharawi, che resta esclusa dalle decisioni economiche e dall’accesso alle risorse.
Nei territori occupati, i saharawi affrontano discriminazione sistemica, disoccupazione, povertà forzata. In esilio, nei campi profughi, non ricevono alcun risarcimento o beneficio dai progetti che sfruttano la loro terra.
La falsa transizione: ecologia coloniale al servizio dell’occupazione
Ciò che il Marocco promuove come "transizione verde" è in realtà l’evoluzione di un modello coloniale: sfruttare le risorse naturali per rafforzare l’occupazione, distruggendo se necessario l’equilibrio ecologico e ignorando i diritti delle popolazioni autoctone. Le energie rinnovabili, teoricamente strumenti di sostenibilità, diventano qui armi geopolitiche al servizio del controllo territoriale.
In un territorio che le Nazioni Unite definiscono “non autonomo e in attesa di decolonizzazione”, la costruzione di infrastrutture strategiche senza il consenso del popolo saharawi costituisce una chiara violazione del diritto internazionale. Il principio del “consenso previo, libero e informato” delle popolazioni indigene è sistematicamente ignorato.
Acqua, terra, identità: un popolo invisibile solo per chi vuole ignorarlo
Il dramma che si consuma nel Sahara Occidentale non è sviluppo, è saccheggio istituzionalizzato. È una strategia economica e politica che usa la retorica ecologista per legittimare l’espropriazione di un territorio colonizzato. È una transizione energetica imposta, al servizio degli interessi dell’occupante e degli investitori internazionali, e non della giustizia climatica o sociale.
L’acqua non è rinnovabile. La terra non è disabitata. Il popolo saharawi non è invisibile.
Continuare a chiudere gli occhi su quanto accade a Dakhla e in tutto il Sahara Occidentale significa avallare, con il silenzio, un’occupazione che distrugge un popolo e il suo ambiente. E quella che viene celebrata come "rivoluzione verde" è, in realtà, solo l’ennesimo volto del colonialismo del XXI secolo.
Fonte: https://porunsaharalibre.org/
