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Il Fronte Polisario scrive al mondo della cultura: appello al documentarista italiano Guido Pappadà sul Festival del Cinema di Dakhla

 


Roma, 3 giugno 2026 - La Rappresentanza del Fronte Polisario in Italia ha diffuso martedì 2 giugno una lettera aperta e un appello pubblico rivolto al documentarista italiano Guido Pappadà, invitato a far parte della giuria del Festival Internazionale del Cinema di Dakhla, nel Sahara Occidentale. Il documento solleva interrogativi sul ruolo della cultura nei territori contesi e richiama l’attenzione sul contesto politico e umanitario della regione.

Secondo la rappresentanza saharawi, la partecipazione a eventi culturali organizzati in territori occupati non può essere considerata neutrale, ma richiede una consapevolezza piena del quadro giuridico internazionale e delle condizioni vissute dalla popolazione locale.

L’appello alla responsabilità culturale:

Nella prima parte della lettera, rivolta anche ad attivisti, giornalisti e sostenitori della causa saharawi, si invita a rivolgere un appello pubblico a Guido Pappadà attraverso i canali social e mediatici, affinché rifletta sul significato della sua partecipazione al festival.

Il testo sottolinea che il Festival di Dakhla si svolge in un territorio che il diritto internazionale considera ancora non autonomo e in attesa di decolonizzazione. Per la rappresentanza saharawi, questo elemento rende necessaria una particolare attenzione al rischio che iniziative culturali possano contribuire, anche involontariamente, a una normalizzazione della situazione sul terreno.

“La cultura dovrebbe illuminare le ingiustizie, non contribuire a normalizzarle”, si legge nella lettera, che richiama il ruolo etico degli operatori culturali nel raccontare realtà complesse e conflittuali.

Il contesto del Sahara Occidentale:

Nel documento si ricorda che il Sahara Occidentale resta classificato dalle Nazioni Unite come territorio non autonomo, con un processo di autodeterminazione ancora incompiuto. Viene inoltre ribadito che la Corte Internazionale di Giustizia e l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite hanno più volte richiamato il principio del diritto del popolo saharawi all’autodeterminazione.

La lettera evidenzia anche la condizione dei rifugiati saharawi nei campi in Algeria, dove vivono da decenni, e denuncia la persistente situazione dei territori occupati, citando segnalazioni internazionali relative a restrizioni delle libertà fondamentali, detenzioni arbitrarie e accuse di tortura.

In questo quadro, la rappresentanza saharawi richiama le recenti comunicazioni delle Procedure Speciali delle Nazioni Unite, che hanno riportato l’attenzione sulla situazione dei prigionieri politici e sulle denunce di violazioni dei diritti umani.

La lettera a Guido Pappadà:

Nella seconda parte del documento, la Rappresentanza del Fronte Polisario per l’Italia si rivolge direttamente al documentarista italiano, esprimendo rispetto per il suo percorso professionale e sottolineando la volontà di avviare un confronto basato su elementi di contesto.

La lettera ricorda che Dakhla si trova in un territorio la cui sovranità non è riconosciuta a livello internazionale e che il processo di decolonizzazione rimane ancora aperto. Viene evidenziato il contrasto tra la visibilità internazionale di eventi culturali e l’assenza del popolo saharawi dalla rappresentazione pubblica del proprio territorio.

“Quando un paesaggio occupa tutta l’inquadratura e un popolo scompare dallo sguardo, non siamo più davanti a un racconto incompleto: siamo davanti a una rimozione”, si afferma nel testo.

Pur distinguendo tra dimensione artistica e posizione politica, la rappresentanza sostiene che ogni scelta culturale in un contesto occupato assume inevitabilmente un valore simbolico. L’appello non chiede un’adesione politica, ma una riflessione etica sul significato della partecipazione.

Il ruolo della cultura e la richiesta finale:

Il documento si conclude con un richiamo alla responsabilità del mondo culturale nel raccontare la realtà nella sua complessità, senza contribuire alla normalizzazione di situazioni ancora irrisolte sul piano del diritto internazionale.

“La cultura non dovrebbe contribuire a normalizzare l’occupazione, ma aiutare a comprendere le realtà che ancora attendono giustizia”, si legge nella parte finale della lettera.

La Rappresentanza del Fronte Polisario per l’Italia ribadisce infine che l’obiettivo dell’iniziativa non è contestare un artista, ma stimolare una riflessione più ampia sul ruolo della cultura nei contesti di conflitto e sulle responsabilità che accompagnano ogni scelta pubblica.

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