In una dichiarazione diffusa dall'organizzazione, FiSahara denuncia che le riprese sarebbero state autorizzate dalle autorità marocchine, definite dal festival come potenza occupante, contribuendo – secondo gli organizzatori – a una strategia di normalizzazione dell'occupazione del Sahara Occidentale attraverso grandi produzioni cinematografiche internazionali.
Secondo FiSahara, la località di Dakhla, dove si trova la celebre Grande Duna Bianca utilizzata durante le riprese, rappresenta uno dei luoghi simbolo della sofferenza del popolo saharawi. Il festival afferma che la città è stata teatro, negli ultimi cinquant'anni, di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui detenzioni arbitrarie, torture, espropri di terre, espulsioni forzate e repressione della popolazione saharawi.
L'organizzazione evidenzia inoltre che Christopher Nolan non avrebbe mai risposto pubblicamente alle richieste formulate nel corso dell'ultimo anno in merito alle riprese effettuate nel territorio occupato, né avrebbe chiarito se le sequenze girate a Dakhla siano state incluse nella versione definitiva del film. Tuttavia, secondo FiSahara, il trailer ufficiale pubblicato il 1° luglio mostrerebbe nelle scene iniziali la spiaggia di Dakhla e l'area della Grande Duna Bianca.
«Quando Christopher Nolan calcherà il tappeto rosso alla prima di The Odyssey il 6 luglio a Londra, calpesterà anche il diritto internazionale e il diritto di un intero popolo a decidere del proprio territorio, delle proprie risorse e della propria cultura», ha dichiarato María Carrión, direttrice esecutiva di FiSahara.
Tra le voci che hanno espresso sostegno alla campagna figura anche l'attore Javier Bardem, che ha invitato il regista britannico a documentarsi «sulla repressione esercitata dal regime marocchino nei confronti del popolo saharawi e sulle sistematiche violazioni dei diritti umani documentate da Amnesty International e da numerose organizzazioni internazionali».
Di forte impatto anche la testimonianza del regista saharawi Brahim Chagaf, originario di Dakhla, che ha ricordato come la propria famiglia sia stata costretta a fuggire nel 1975 durante il conflitto nel Sahara Occidentale.
«Christopher Nolan ha avuto un anno per conoscere la storia del luogo che ha scelto per girare il suo film. Io, invece, non posso ancora entrare liberamente nella mia terra per raccontare le mie storie. Mentre registi stranieri possono trasformare quei luoghi in scenografie cinematografiche, noi saharawi continuiamo ad attendere il giorno in cui potremo semplicemente tornare a casa.»
FiSahara ricorda inoltre che già nel luglio 2025, durante le riprese del film a Dakhla e dopo la diffusione di immagini che ritraevano Christopher Nolan insieme al ministro della Cultura marocchino, aveva promosso una campagna internazionale chiedendo al regista, alla casa di produzione Syncopy e alla Universal Pictures di rinunciare all'utilizzo delle scene girate nel territorio occupato oppure di ottenere il consenso del popolo saharawi.
L'iniziativa aveva raccolto il sostegno di numerose personalità del mondo della cultura e del cinema, tra cui Javier Bardem, Pedro Almodóvar, Greta Thunberg, Rodrigo Sorogoyen e Paul Laverty, oltre ad aver ricevuto ampia copertura da parte di importanti testate internazionali come Variety, The Guardian e Le Figaro. Secondo FiSahara, né Christopher Nolan né le società coinvolte nella produzione e distribuzione del film hanno fornito una risposta pubblica alle richieste avanzate.
Nella parte conclusiva della dichiarazione, il festival sostiene che la realizzazione di produzioni cinematografiche internazionali nel Sahara Occidentale occupato rischi di contribuire alla legittimazione dell'occupazione marocchina e invita i media internazionali a non trascurare il contesto politico e giuridico del territorio.
Richiamando il tema del ritorno che caratterizza il poema omerico, FiSahara osserva infine che, mentre The Odyssey racconta il viaggio di Ulisse verso Itaca, migliaia di rifugiati saharawi continuano a essere privati del diritto di rientrare nella propria terra. Un messaggio che il festival aveva posto al centro anche della sua ultima edizione, dedicata al diritto al ritorno, alla decolonizzazione del Sahara Occidentale e alla difesa dei diritti del popolo saharawi.
