Heidelberg (Germania), 23 aprile 2026 – La scorsa settimana la città di Heidelberg ha ospitato un accampamento di protesta organizzato dal movimento per la giustizia climatica End Cement, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’impatto ambientale e climatico delle attività della multinazionale Heidelberg Materials a livello globale, incluse quelle nei territori saharawi occupati.
Gli organizzatori hanno chiesto di intensificare le pressioni per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, denunciando quelle che gli attivisti definiscono pratiche di “greenwashing” e sollecitando l’assunzione di responsabilità da parte dell’azienda per i danni ambientali e le violazioni legate alle sue attività internazionali.
Il campo ha ospitato numerose iniziative di mobilitazione contro l’industria del cemento, con workshop, seminari e tavole rotonde dedicati all’impatto del settore sul clima e sui diritti umani, oltre a eventi culturali e una manifestazione nel centro cittadino. Particolare attenzione è stata rivolta alle operazioni dell’azienda nei territori considerati controversi, tra cui il Sahara Occidentale.
Nell’ultimo giorno dei lavori si è svolta una tavola rotonda intitolata “Lotte globali contro l’industria del cemento”, alla quale hanno partecipato la rappresentanza del Fronte Polisario in Germania, l’organizzazione Watch Indonesia, Medico International e la End Cement Alliance. Il dibattito si è concentrato sulle responsabilità delle aziende coinvolte nella crisi climatica globale, con particolare riferimento alle attività nei territori occupati.
Nel suo intervento, Saleh Mohamed Sid El Bachir, membro della missione saharawi in Germania, ha affermato che l’industria del cemento rappresenta un elemento chiave nella strategia espansionistica del Marocco nel Sahara Occidentale, contribuendo allo sviluppo di infrastrutture economiche e militari e al sostegno delle politiche di insediamento. Ha inoltre sottolineato che i due impianti della società situati nei pressi della città occupata di Laayoune costituiscono, secondo la rappresentanza saharawi, un pilastro per l’attuazione di tali politiche.
Secondo il rappresentante saharawi, le attività dell’azienda non solo comportano danni ambientali, ma contribuiscono anche a consolidare lo status quo, aggravando la violazione dei diritti umani e il mancato rispetto del diritto internazionale. È stato inoltre denunciato l’utilizzo di iniziative ambientali come strumento di “lavaggio d’immagine” per migliorare la percezione internazionale delle politiche legate allo sfruttamento delle risorse.
Durante il dibattito è stato richiamato anche il recente parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia sugli obblighi degli Stati e delle imprese nella lotta alla crisi climatica, che sottolinea la necessità di regolamentare le attività industriali e ridurre le emissioni, riconoscendo il diritto a un ambiente pulito, sano e sostenibile come diritto umano fondamentale.
I partecipanti hanno concluso evidenziando l’importanza di rafforzare il legame tra i movimenti per la giustizia climatica e le lotte dei popoli che vivono sotto occupazione o in contesti coloniali, ritenendo che questa convergenza possa contribuire alla costruzione di un movimento internazionale più incisivo. La crisi climatica, è stato sottolineato, rappresenta una minaccia globale con conseguenze umanitarie e politiche che si intrecciano con i conflitti e le dinamiche di occupazione territoriale.
