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“Sirat”: il cinema che normalizza l’occupazione marocchina del Sahara Occidentale



Di Ana Redondo – pubblicato su Nuova Rivoluzione

Il film Sirat, diretto dal regista franco-spagnolo Óliver Laxe, ha suscitato ampio interesse nel panorama cinematografico internazionale sin dalla sua première al Festival di Cannes nel maggio 2025, dove ha ottenuto il Premio della Giuria. La coproduzione ispano-francese, interpretata da Sergi López e dal giovane Bruno Núñez, racconta la drammatica ricerca di un padre e del figlioletto alla disperata ricerca della figlia scomparsa durante un rave nel deserto. Il racconto si sviluppa in un ambiente ostile e spietato, segnato da pericoli naturali, mine antiuomo e da un estenuante viaggio verso la Mauritania.

Al di là dell’indubbio impatto visivo ed emotivo, Sirat è stato tuttavia oggetto di forti critiche per il trattamento dell’ambientazione geografica e politica. Il film colloca la vicenda nel “Marocco meridionale, vicino alla Mauritania”, una definizione che recepisce implicitamente la narrazione territoriale imposta dalle autorità marocchine e cancella l’esistenza del Sahara Occidentale e del popolo saharawi.

Il Marocco, infatti, non confina direttamente con la Mauritania senza attraversare il Sahara Occidentale, territorio occupato illegalmente dal Marocco dal 1975, dopo il ritiro della Spagna, e tuttora riconosciuto dalle Nazioni Unite come territorio non autonomo in attesa di decolonizzazione. Presentare quest’area come parte integrante del “Marocco meridionale” significa ignorare deliberatamente il conflitto armato in corso, il muro di separazione marocchino – considerato il più lungo sistema di fortificazioni e campi minati al mondo – e l’esilio forzato di decine di migliaia di saharawi nei campi profughi.

Óliver Laxe, che in passato ha già girato in Marocco e che ha descritto Sirat come un’opera ispirata al “dolore del mondo” e a temi universali quali la migrazione e la perdita, ha riconosciuto in alcune interviste che la storia si colloca nell’area del confine tra Marocco e Mauritania, sullo sfondo del conflitto per l’indipendenza del Sahara Occidentale. Tuttavia, numerosi critici hanno definito questa impostazione una “ambiguità funzionale”, se non una vera e propria omissione intenzionale.

Elementi concreti del film – come il treno minerario che collega Zouerate a Nouadhibou, in Mauritania – risultano infatti accessibili solo attraversando i Territori Liberati del Sahara Occidentale. L’assenza totale di riferimenti al Sahara Occidentale e al popolo saharawi trasforma così il film in un esercizio di rimozione politica, dove lo spettacolo visivo prevale sulla realtà storica e giuridica.

Questa scelta narrativa contribuisce a una normalizzazione dell’occupazione, in cui il linguaggio cinematografico finisce per occultare un conflitto reale e ancora irrisolto, rafforzando l’invisibilità della lotta saharawi per l’autodeterminazione. Non a caso, i media ufficiali marocchini hanno promosso Sirat come un film girato nel “deserto marocchino”, consolidando l’idea del Sahara Occidentale come naturale estensione del territorio del Regno del Marocco.

La discrepanza tra l’ambizione universale dell’opera e il suo posizionamento geopolitico evidenzia come Sirat finisca per aderire implicitamente allo status quo dell’occupazione, una scelta che per molti osservatori equivale a una forma di complicità silenziosa.

La decisione dell’Accademia del Cinema Spagnolo di selezionare Sirat come candidato agli Oscar 2026 per il Miglior Film Internazionale ha ulteriormente intensificato il dibattito sul ruolo del cinema nella rappresentazione dei conflitti dimenticati. Se da un lato il film invita a riflettere su temi universali quali la famiglia, la perdita e la spiritualità in contesti estremi, dall’altro solleva interrogativi cruciali su come le narrazioni artistiche possano, consapevolmente o meno, perpetuare ingiustizie storiche e cancellazioni politiche.

In un contesto in cui il Sahara Occidentale attende ancora il referendum di autodeterminazione promesso dalle Nazioni Unite, opere come Sirat ricordano quanto sia sottile il confine tra libertà artistica e responsabilità storica, e quanto sia pericoloso cancellare territori e popoli in nome dell’estetica.

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