Roma, 15 maggio 2026 - Riaccendere l’attenzione su una delle crisi umanitarie più prolungate e meno visibili al mondo. È questo l’obiettivo del nuovo reportage pubblicato dal settimanale L’Espresso, dedicato alla recente visita della deputata italiana Laura Boldrini nei campi profughi saharawi di Tindouf, nel sud-ovest dell’Algeria.
L’inchiesta giornalistica racconta il viaggio della parlamentare ed ex Presidente della Camera, da anni impegnata sui temi dei diritti umani e della protezione dei rifugiati, che ha voluto constatare direttamente le condizioni di vita di una popolazione costretta all’esilio da quasi cinquant’anni, in attesa di una soluzione politica sul diritto all’autodeterminazione.
Una crisi lunga decenni nel cuore del deserto:
Nel deserto algerino di Tindouf vivono oggi circa 173 mila rifugiati saharawi, in un contesto segnato da isolamento geografico, fragilità strutturale e crescente riduzione degli aiuti internazionali.
Il reportage evidenzia una realtà fatta di carenze croniche: accesso limitato all’acqua potabile, difficoltà nell’assistenza sanitaria e un sistema umanitario sempre più sotto pressione. Eppure, accanto alle difficoltà materiali, emerge anche la capacità di resilienza di una comunità che, pur in condizioni estreme, ha costruito nel tempo un’organizzazione sociale, educativa e sanitaria autonoma.
Un sistema umanitario sotto pressione:
I dati richiamati durante la missione parlamentare descrivono un quadro allarmante. L’aumento dei costi logistici e la contrazione dei finanziamenti internazionali stanno incidendo direttamente sulla qualità degli aiuti: il costo dei kit alimentari è cresciuto in modo significativo rispetto agli anni precedenti, mentre i tassi di malnutrizione e anemia restano su livelli elevati, in particolare tra donne e bambini.
Secondo le stime riportate nel dossier della missione, alcuni programmi umanitari hanno subito tagli fino al 60%, aggravando una situazione già estremamente fragile.
Vita quotidiana tra emergenza e organizzazione:
Nonostante il contesto critico, nei campi saharawi si è sviluppata nel tempo una struttura istituzionale articolata, legata alla Repubblica Araba Sahrawi Democratica (RASD), che garantisce servizi essenziali come istruzione, sanità e assistenza sociale.
Un sistema che, pur nella precarietà, rappresenta una forma di continuità amministrativa e identitaria. Alcuni programmi sono sostenuti anche da reti di cooperazione internazionale e da iniziative regionali italiane, che continuano a mantenere attivi canali di solidarietà.
“Una vita costruita nell’esilio”:
Le testimonianze raccolte durante la visita restituiscono il senso di una quotidianità sospesa tra memoria e adattamento.
“Ho vissuto un’infanzia completamente diversa da quella dei miei genitori. Qui il mare è diventato sabbia, e la nostra vita si è adattata a questo nuovo ambiente”, ha raccontato Buhudeini Yahya, presidente della Mezzaluna Rossa Sahrawi.
Il nodo politico: autodeterminazione e diplomazia:
Sul piano politico, la questione del Sahara Occidentale resta irrisolta e al centro di un complesso equilibrio diplomatico internazionale. Le recenti discussioni al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno riportato l’attenzione sul dossier, senza però produrre avanzamenti decisivi.
Il presidente della RASD, Brahim Ghali, ha ribadito la posizione sahrawi durante l’incontro con la delegazione italiana: il punto centrale rimane il diritto all’autodeterminazione attraverso un referendum libero e supervisionato a livello internazionale.
Il ruolo dell’Italia e le prospettive future:
Al termine della missione, la delegazione parlamentare ha sottolineato la necessità di riportare la questione sahrawi al centro dell’agenda politica internazionale, rafforzando sia il sostegno umanitario sia l’impegno diplomatico nei contesti multilaterali.
L’obiettivo indicato è duplice: da un lato garantire continuità agli aiuti internazionali, dall’altro rilanciare un percorso politico conforme al diritto internazionale che possa finalmente offrire una soluzione stabile e condivisa a una crisi che, da oltre quattro decenni, resta sospesa nel cuore del deserto.

