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Borse di studio e diplomazia silenziosa: L’Istruzione come strumento di normalizzazione dell’occupazione nel Sahara Occidentale



Sahara occidentale, 23 maggio 2025 - In quella che appare come una normale istituzione accademica regionale, la Facoltà di Medicina di El Aaiún, operante sotto l’amministrazione marocchina, rappresenta uno degli strumenti più raffinati e meno evidenti dell’occupazione del Sahara Occidentale. Dietro l’apparente normalità fatta di post su Facebook, cerimonie ufficiali e cooperazione sanitaria, si cela una strategia diplomatica sofisticata: utilizzare l’istruzione come leva geopolitica per legittimare il controllo del territorio.

Istruzione e Occupazione: Una Strategia Invisibile

Da oltre vent’anni, il Marocco porta avanti una politica di “cooperazione Sud-Sud”, promuovendo borse di studio per migliaia di studenti africani, e in misura minore, europei. Quella che viene presentata come una politica di solidarietà e sviluppo, nasconde un secondo fine: la costruzione di consenso internazionale a favore della narrativa marocchina sul Sahara Occidentale.

Sempre più spesso, studenti stranieri vengono inviati proprio nei territori occupati, come El Aaiún o Dakhla. La loro semplice presenza diventa, agli occhi dell’opinione pubblica e dei media marocchini, una conferma simbolica della “normalità” della sovranità marocchina sulla regione.

L’Agenzia della Cooperazione e l’Opacità Strategica:

La gestione delle borse di studio è affidata all’Agenzia Marocchina per la Cooperazione Internazionale (AMCI), la quale firma ogni anno nuovi accordi con paesi africani, spesso accompagnati da visite ufficiali e impegni bilaterali. Tuttavia, nessun dato pubblico è disponibile sui beneficiari: né numeri complessivi, né paesi di provenienza, né destinazioni universitarie. Questa mancanza di trasparenza è funzionale a evitare qualsiasi distinzione tra territorio marocchino e Sahara Occidentale occupato.

L’invisibilità dei dati consente di inserire studenti internazionali nei territori occupati senza scrutinio pubblico, rendendo la loro presenza parte di una campagna di normalizzazione silenziosa.

Consolati simbolici e diplomazia scenografica:

Dal 2019, oltre 25 paesi hanno aperto consolati a El Aaiún e Dakhla. Molti di questi sono strutture vuote, prive di funzioni diplomatiche effettive. Tuttavia, il Marocco li presenta come prove tangibili di legittimità internazionale, spesso dopo aver offerto agli stessi paesi borse di studio, finanziamenti o progetti infrastrutturali.

Quella che si consuma è una diplomazia performativa, dove il valore simbolico delle immagini – bandiere, strette di mano, cerimonie – prevale su quello giuridico. Un riconoscimento apparente per il consumo mediatico interno ed esterno.

Laureati stranieri come ambasciatori del consenso:

Una volta tornati nei loro paesi d’origine, alcuni studenti stranieri diventano veicoli di propaganda indiretta: partecipano a dibattiti, pubblicano articoli e offrono consulenze, spesso riproducendo la visione marocchina del conflitto come se fosse imparziale. Proprio la loro apparente neutralità li rende credibili e preziosi.

I media marocchini amplificano queste voci, costruendo un'immagine di ampio sostegno internazionale, dove le esperienze individuali vengono usate per corroborare una narrazione politica.

La narrazione come occupazione:

Nelle università marocchine, il conflitto nel Sahara Occidentale viene sistematicamente rimosso. Libri di testo, mappe e programmi didattici presentano la regione come parte integrante del Marocco. In questo modo, l’istruzione diventa uno strumento di assimilazione culturale, dove le narrazioni alternative vengono non vietate ma soffocate dalla ripetizione e dalla marginalizzazione.

Un sistema basato sull'opacità:

Il successo di questa strategia risiede nell’assenza di dati, nella repressione del dissenso e nella costruzione di un racconto artificiale, resistente al controllo internazionale. La strategia del Marocco non si limita a vincere il conflitto sul piano politico o militare. Si tratta di farlo scomparire dal discorso globale.

In questo quadro, una facoltà di medicina a El Aaiún, un post celebrativo sui social media, una cerimonia con bandiere straniere diventano strumenti silenziosi di occupazione, più sottili ma non meno efficaci della repressione armata.

L’occupazione del Sahara Occidentale oggi passa anche – e soprattutto – per canali meno visibili: l’educazione, la diplomazia simbolica, la manipolazione narrativa. In un mondo distratto da crisi e conflitti, il Marocco ha imparato a occupare senza clamore, a legittimare attraverso la routine, a cancellare la questione saharawi non con la forza, ma con l’indifferenza. E proprio per questo, la trasparenza, la vigilanza internazionale e la libertà di informazione restano strumenti indispensabili per impedire che il silenzio prenda il posto della verità.

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