Sahara occidentale, 5 marzo 2026 - L'avvio della nuova fase negoziale sulla questione del Sahara Occidentale, iniziato lo scorso febbraio, ha scatenato un’ondata di interpretazioni mediatiche e politiche spesso fuorvianti. Una parte consistente della stampa e degli osservatori vicini alle posizioni di Rabat ha tentato di dipingere questi colloqui come un processo esclusivamente a trazione statunitense, suggerendo che Washington stia agendo in autonomia per imporre una soluzione preconfezionata, scavalcando il quadro multilaterale.
Tuttavia, un'analisi rigorosa dei fatti e del diritto internazionale smentisce questa narrativa, rivelando una realtà molto più complessa e rigorosa.
Il ritorno della centralità delle Nazioni Unite:
Nonostante i tentativi della propaganda marocchina di emarginare il ruolo dell'ONU, i fatti dicono il contrario. I negoziati attuali sono strettamente ancorati alla Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza, la quale ribadisce con forza il principio fondamentale dell'autodeterminazione.
Il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti non sostituisce l'ONU, ma funge da "motore politico" necessario. Storicamente, i precedenti tentativi delle Nazioni Unite erano naufragati a causa dell'intransigenza del regime marocchino e della mancanza di una grande potenza capace di esercitare una pressione reale. Oggi, la presenza statunitense fornisce all'Inviato Personale del Segretario Generale il meccanismo di pressione necessario per costringere il Marocco a un confronto diretto e serio con il Fronte Polisario.
La correzione di rotta diplomatica:
Un momento chiave si è verificato tra le sessioni negoziali di inizio febbraio e quelle del 23 e 24 febbraio. Se inizialmente la comunicazione era sembrata sbilanciata a favore del solo ruolo di Washington, il portavoce del Segretario Generale ONU ha successivamente corretto il tiro, dichiarando ufficialmente che i negoziati sono supervisionati congiuntamente dagli Stati Uniti e dalle Nazioni Unite.
Questa precisazione ha ricalibrato l'asse diplomatico, confermando che la questione del Sahara Occidentale resta una questione di decolonizzazione sotto l'egida del diritto internazionale, e non un semplice affare bilaterale gestito dalla Casa Bianca.
Dal fallimento di Bolton alla strategia di Boulos:
L'idea di un coinvolgimento statunitense non è nuova. Già nel 1997, Kofi Annan nominò James Baker per ottenere il sostegno di Washington, ma fu nel 2007 che John Bolton tentò di organizzare negoziati diretti sotto l'egida esclusiva degli Stati Uniti.
Documenti pubblicati da WikiLeaks (rif. 07USUNNEWYORK225_a) confermano che all'epoca il Fronte Polisario, pur volendo contribuire alla pace, pose una "linea rossa" invalicabile: il rifiuto di partecipare a qualsiasi negoziato al di fuori del quadro ONU. Quel tentativo fallì proprio per l'assenza delle Nazioni Unite.
Oggi, sembra che la diplomazia statunitense (incarnata da figure come Massad Boulos) abbia fatto tesoro di quegli errori, proponendo uno scenario che integra le condizioni saharawi:
- Presenza USA come garante e punto di pressione sul Marocco.
- Quadro Giuridico basato esclusivamente sulle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza.
- Supervisione ONU per garantire il processo di autodeterminazione.
Conclusioni: La pressione su Rabat
Contrariamente a quanto sostenuto da alcuni analisti, oggi la pressione è maggiore sul Marocco che sul Polisario. Il regime di Rabat non è riuscito a presentare una proposta di autonomia che soddisfi gli standard internazionali, mentre la Risoluzione 2797 mantiene aperta la strada a opzioni diverse dall'autonomia, incluso il referendum democratico.
In un'amministrazione statunitense pragmatica, l'interesse nazionale sembra coincidere con la stabilità regionale. Washington ha compreso che non può esserci una soluzione duratura che non sia accettabile per il popolo saharawi e conforme alla legalità internazionale.
