Ginevra, 18 giugno 2026 – L’occupazione del Sahara Occidentale e il mancato rispetto del diritto internazionale rappresentano una grave minaccia per la stabilità dell’ordine mondiale e richiedono un’assunzione di responsabilità da parte della comunità internazionale. È questo il messaggio lanciato dalla dottoressa Moara Crivelente, direttrice esecutiva del Centro Brasiliano di Solidarietà con i Popoli e di Lotta per la Pace (CEBRAPAZ), intervenuta durante un evento collaterale di alto livello organizzato a margine dei lavori del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra.
Nel suo intervento, intitolato “Il Sahara Occidentale e il diritto all’autodeterminazione: sfide alla legalità internazionale”, la studiosa di relazioni internazionali ha sottolineato come il Sahara Occidentale rimanga, nonostante il processo globale di decolonizzazione, l’ultimo territorio africano ancora inserito dall’ONU nell’elenco dei Territori Non Autonomi.
Secondo Crivelente, il perdurare dell’occupazione sarebbe favorito non solo dal controllo militare del Marocco, ma anche dal sostegno economico e strategico garantito da alcuni partner internazionali, tra cui Spagna, Francia, Stati Uniti e Unione Europea. In particolare, ha richiamato gli accordi commerciali tra Bruxelles e Rabat relativi alle risorse naturali del Sahara Occidentale, ricordando che la Corte di giustizia dell’Unione europea ne ha dichiarato l’inapplicabilità al territorio saharawi in assenza del consenso del suo popolo.
La direttrice del CEBRAPAZ ha inoltre sostenuto che l’azione giudiziaria promossa dal Fronte Polisario abbia contribuito a ottenere un’importante riaffermazione dei principi del diritto internazionale e degli obblighi giuridici dell’Unione Europea nei confronti del territorio non autonomo.
Nel suo intervento non sono mancate critiche alle istituzioni europee, accusate di cercare di aggirare o reinterpretare le decisioni giudiziarie in materia, un atteggiamento che – secondo Crivelente – finirebbe per favorire il mantenimento dello status quo e consentire il protrarsi di pratiche riconducibili al colonialismo, comprese restrizioni delle libertà fondamentali e violazioni dei diritti umani.
La ricercatrice ha poi denunciato le profonde asimmetrie che caratterizzano il sistema internazionale, definendolo diviso tra “centro e periferia, sfruttatori e sfruttati, protetti ed esclusi”, e ha criticato il ricorso a logiche di potere che subordinano il rispetto del diritto internazionale agli interessi geopolitici delle grandi potenze.
Crivelente ha anche espresso preoccupazione per il crescente ricorso a una “diplomazia coercitiva e transazionale”, osservando che tali dinamiche, pur avendo assunto una forma più evidente durante la presidenza di Donald Trump, rappresentano da tempo uno strumento della politica estera statunitense con effetti negativi sulla risoluzione di numerosi conflitti internazionali.
Richiamando l’evoluzione del diritto internazionale, la studiosa dell’Università di Coimbra ha ricordato come il principio di autodeterminazione sia divenuto un diritto inalienabile grazie anche alle lotte dei movimenti di liberazione nazionale, tra cui il Fronte Polisario. In questo contesto ha citato la Risoluzione 1514 (XV) dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1960 sulla concessione dell’indipendenza ai Paesi e ai popoli coloniali, sottolineando che la negazione di tale diritto costituisce un fattore di instabilità e di minaccia alla pace internazionale.
Ha inoltre evidenziato che il Protocollo aggiuntivo I alle Convenzioni di Ginevra del 1977 riconosce le guerre di liberazione nazionale come conflitti armati internazionali, rafforzando il principio secondo cui la comunità internazionale è chiamata a sostenere il processo di decolonizzazione e a porre fine al dominio straniero.
In conclusione, Moara Crivelente ha reso omaggio ai saharawi che hanno perso la vita nella lotta per l’autodeterminazione, esprimendo solidarietà alle loro famiglie e ribadendo che la storia dimostra come i popoli continuino a perseguire la propria emancipazione. Secondo la direttrice del CEBRAPAZ, solo un rafforzamento della responsabilità internazionale, dell’azione collettiva e della solidarietà tra i popoli potrà aprire la strada a una pace giusta e duratura nel Sahara Occidentale.
