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Sahara Occidentale, l’attivista Bojmaa Benmoussa denuncia cinque ore di detenzione a Guerguerat: Minacce, interrogatori e trattamenti degradanti

 




Sahara Occidentale, 14 maggio 2026 – L’attivista saharawi e difensore dei diritti umani Bojmaa Benmoussa ha denunciato di essere stato sottoposto a detenzione arbitraria, interrogatori prolungati, minacce verbali e trattamenti degradanti da parte delle autorità marocchine al suo rientro nei territori occupati del Sahara Occidentale.

Secondo la testimonianza resa dallo stesso attivista ai media, l’episodio sarebbe avvenuto presso il valico di Guerguerat, nel sud del territorio, al ritorno da una visita ai campi profughi saharawi di Tindouf, in Algeria, dove aveva preso parte alle celebrazioni per il 50° anniversario della Repubblica Araba Saharawi Democratica e alle attività del FiSahara.

Cinque ore di fermo e materiali confiscati:

Benmoussa riferisce di essere stato separato dal gruppo con cui viaggiava da un agente di polizia marocchino e condotto in una struttura di controllo, dove sarebbe rimasto trattenuto per circa cinque ore.

Durante questo periodo, sostiene di essere stato sottoposto a perquisizioni approfondite, interrogatori continui e insulti verbali. Secondo il suo racconto, gli agenti avrebbero svuotato completamente i suoi bagagli, confiscando il telefono cellulare, il computer portatile, il documento d’identità saharawi e diversi oggetti recanti simboli nazionali saharawi.

Tra il materiale sequestrato vi sarebbe anche un’agenda contenente appunti raccolti durante incontri tra attivisti saharawi e giornalisti internazionali organizzati nell’ambito del FiSahara.

Sebbene parte degli effetti personali sia stata successivamente restituita, l’attivista afferma che le autorità avrebbero trattenuto il suo documento identificativo saharawi e gli oggetti legati ai simboli della Repubblica Araba Saharawi Democratica.

Interrogatori da parte dei servizi di sicurezza:

Dopo la prima perquisizione, Benmoussa sostiene di essere stato trasferito in una seconda struttura, dove sarebbe stato interrogato per diverse ore da agenti dei servizi di sicurezza marocchini.

Secondo la sua testimonianza, gli interrogatori si sarebbero concentrati sulla sua visita ai campi profughi, sui membri della delegazione saharawi, sui contatti internazionali avuti durante il festival e sulle sue attività di advocacy.

L’attivista ha inoltre dichiarato che gli sarebbe stato chiesto ripetutamente se si identificasse pubblicamente come cittadino della Repubblica Araba Saharawi Democratica, ribadendo di non riconoscersi come cittadino del Marocco.

Benmoussa ha descritto le minacce ricevute come particolarmente gravi, affermando che la pressione psicologica esercitata durante il fermo sarebbe stata estremamente intensa.

“Ritorsione per la partecipazione a FiSahara”:

Secondo l’attivista saharawi, quanto accaduto sarebbe direttamente collegato alla sua partecipazione agli eventi organizzati nei campi profughi e ai contatti avuti con giornalisti e osservatori internazionali durante il FiSahara.

Benmoussa ha inoltre ribadito la necessità di consentire alle organizzazioni internazionali indipendenti di accedere ai territori occupati del Sahara Occidentale per monitorare la situazione dei diritti umani e garantire protezione agli attivisti locali.

Il CODESA chiede un intervento delle Nazioni Unite:

Il CODESA, organizzazione di cui Benmoussa fa parte, ha espresso “profonda preoccupazione” per l’accaduto, definendo l’episodio una forma di detenzione arbitraria e persecuzione politica che, secondo l’organizzazione, violerebbe le norme del diritto internazionale sui diritti umani.

Nel suo comunicato, il CODESA ha chiesto la restituzione immediata di tutti gli effetti personali confiscati e ha rivolto un appello alle Nazioni Unite affinché intervengano con urgenza per garantire la protezione dei difensori dei diritti umani saharawi nei territori occupati.

L’episodio si inserisce in un clima di crescente tensione nei territori occupati, dove organizzazioni saharawi denunciano un aumento delle pressioni nei confronti di attivisti, giornalisti e familiari di vittime di sparizione forzata, tra cui il recente caso di Ahmed Agriashi, aggredito nei giorni scorsi nella città di Dakhla.


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