Ginevra, 22 maggio 2026 – Il Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura ha pubblicato nuove conclusioni che accusano il Marocco di aver violato diversi obblighi previsti dalla Convenzione ONU contro la tortura nei confronti di detenuti saharawi legati al movimento di protesta di Gdeim Izik. Le decisioni, rese note il 20 maggio, riguardano quattro ricorsi presentati da prigionieri arrestati dopo lo smantellamento del celebre accampamento di protesta saharawi nel 2010 e rafforzano le preoccupazioni già espresse in precedenti pronunciamenti internazionali.
Secondo il Comitato, i casi esaminati rientrano in quello che viene definito un “modello coerente” di violazioni già rilevato in altre decisioni riguardanti i detenuti di Gdeim Izik. L'organismo delle Nazioni Unite ha evidenziato presunte pratiche ricorrenti di detenzione arbitraria, isolamento prolungato, torture durante gli interrogatori e utilizzo di confessioni ottenute sotto coercizione come elementi probatori nei procedimenti giudiziari.
Il campo di Gdeim Izik, situato nei pressi della città di El Aaiún, venne allestito nell'ottobre del 2010 da migliaia di saharawi per protestare contro le condizioni sociali ed economiche nei territori occupati del Sahara Occidentale. Al culmine della mobilitazione, il campo avrebbe ospitato oltre 20.000 persone, diventando uno dei più significativi episodi di protesta della storia contemporanea saharawi.
Nelle proprie conclusioni, il Comitato ha riferito che i ricorrenti hanno denunciato gravi maltrattamenti durante l'arresto e la detenzione. Tra le accuse figurano percosse, bruciature con sigarette, minacce di violenza sessuale, sospensioni in posizioni dolorose e altre pratiche considerate forme di tortura. I detenuti hanno inoltre denunciato lunghi periodi di isolamento, limitazioni nell'accesso alle cure mediche, restrizioni nei contatti con i familiari e difficoltà nell'assistenza legale.
Il vicepresidente del Comitato contro la Tortura, Peter Vedel Kessing, ha sottolineato che la ripetitività delle accuse lascia intravedere un problema strutturale piuttosto che episodi isolati. Secondo il Comitato, le autorità marocchine non avrebbero condotto indagini tempestive, indipendenti e imparziali sulle denunce di tortura, nonostante la presenza di elementi che avrebbero richiesto accertamenti immediati.
Particolare attenzione viene riservata agli esami medico-legali ordinati dalla Corte d'Appello di Rabat, effettuati diversi anni dopo i fatti contestati. Il Comitato ha rilevato che tali accertamenti non sarebbero stati realizzati in conformità con il Protocollo di Istanbul, il principale standard internazionale per l'indagine e la documentazione dei casi di tortura e maltrattamenti.
Secondo quanto riportato nelle denunce, alcuni detenuti sarebbero stati costretti a firmare verbali di polizia senza conoscerne il contenuto, dopo aver subito pressioni e maltrattamenti. Tali dichiarazioni sarebbero poi state utilizzate come prove centrali nei processi celebrati prima davanti a un tribunale militare marocchino nel 2013 e successivamente presso la Corte d'Appello di Rabat. Al termine dei procedimenti, due imputati sono stati condannati all'ergastolo, mentre altri due hanno ricevuto pene detentive di 25 anni.
Alla luce delle proprie conclusioni, il Comitato ONU ha chiesto alle autorità marocchine di avviare indagini indipendenti e imparziali sulle accuse di tortura, perseguire eventuali responsabili, garantire alle vittime adeguati risarcimenti e programmi di riabilitazione e riesaminare le condanne fondate su confessioni contestate. L'organismo ha inoltre sollecitato il rispetto dei diritti fondamentali dei detenuti, compreso l'accesso regolare ad avvocati, medici e familiari, nonché la protezione dei denuncianti da eventuali intimidazioni o ritorsioni.
A oltre quindici anni dagli eventi di Gdeim Izik, il dossier continua a rappresentare uno dei casi più controversi e simbolici della questione del Sahara Occidentale. Le conclusioni del Comitato delle Nazioni Unite riaccendono il dibattito internazionale sulle garanzie processuali, sul rispetto dei diritti umani e sulla situazione dei detenuti saharawi coinvolti nelle proteste del 2010, confermando la persistente attenzione degli organismi internazionali su una vicenda che continua a suscitare preoccupazioni e richieste di giustizia.
