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Cinquant’anni di RASD: una presenza consolidata nell’Unione Africana



Campi profughi saharawi, 27 febbraio 2026 – La Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) celebra il 27 febbraio il cinquantesimo anniversario della sua proclamazione e il 42° anno dalla sua ammissione nell’Organizzazione per l'Unità Africana (OUA), di cui è divenuta successivamente membro fondatore della Unione Africana (UA).

L’ingresso della RASD nell’organizzazione continentale è considerato dalle autorità saharawi un passaggio storico e una conquista diplomatica di rilievo nel quadro della lotta per l’autodeterminazione del popolo saharawi.

Un percorso diplomatico complesso:

Il cammino verso il riconoscimento africano non fu privo di ostacoli. Sin dal 1976, le delegazioni saharawi avviarono una vasta campagna diplomatica per ottenere il riconoscimento del nuovo Stato, affrontando difficoltà logistiche, restrizioni nei viaggi e limiti alla partecipazione alle conferenze internazionali.

Nel giugno 1976, una delegazione della giovane Repubblica si recò a Mauritius per colloqui con i ministri degli Esteri dei Paesi membri dell’OUA, proseguendo poi la propria azione nelle sedi ufficiali dell’organizzazione. Fondata il 25 maggio 1963 ad Addis Abeba, l’OUA nacque con l’obiettivo di promuovere l’unità africana e completare il processo di decolonizzazione del continente, un traguardo che – secondo la posizione saharawi – resta incompiuto a causa della questione del Sahara Occidentale.

Dopo otto anni di intensa attività diplomatica, nel luglio 1982 la RASD fu ammessa nell’OUA. Il XIX Vertice dei Capi di Stato e di Governo (giugno 1983) e il XX Vertice (novembre 1984), entrambi ad Addis Abeba, rappresentarono momenti decisivi nel consolidamento della presenza saharawi in ambito africano.

Il ritiro del Marocco e il ritorno nell’UA:

Nel 1984, in seguito al riconoscimento della RASD da parte di numerosi Stati africani – tra cui la Nigeria – e alla sua partecipazione al vertice dell’OUA, il Marocco decise di ritirarsi dall’organizzazione continentale, rimanendone fuori per 33 anni.

Il rientro di Rabat avvenne nel 2017, nell’ambito dell’Unione Africana, con l’adesione ai principi dell’Atto Costitutivo, tra cui il rispetto dei confini ereditati dall’indipendenza e la risoluzione pacifica delle controversie.

Secondo la diplomazia saharawi, i tentativi di escludere la RASD dalle attività dell’UA non hanno avuto successo. La Repubblica saharawi continua infatti a partecipare ai vertici e ai partenariati internazionali dell’organizzazione africana.

Una presenza riconosciuta a livello continentale:

L’ambasciatore saharawi in Etiopia e rappresentante permanente presso l’Unione Africana, Laman Abaali, ha definito l’ammissione del 1982 “una conquista storica che ha garantito alla RASD piena legittimità come Stato membro e ha confermato l’attaccamento dell’Africa ai principi di liberazione e autodeterminazione”.

La partecipazione della RASD a vertici e partenariati tra Unione Africana e Unione Europea, ai forum TICAD, ai summit sul clima e ad altri incontri multilaterali testimonia – secondo le autorità saharawi – la solidità della sua posizione nel continente.

Un bilancio a cinquant’anni dalla proclamazione:

A mezzo secolo dalla sua nascita, la RASD rivendica una presenza diplomatica estesa e il riconoscimento da parte di numerosi Stati nel mondo. Nei suoi recenti interventi pubblici, il Presidente saharawi Brahim Ghali ha ribadito che lo Stato saharawi rappresenta “una realtà nazionale, regionale e internazionale irreversibile” e un fattore di equilibrio nella regione.

Nel dibattito accademico e politico internazionale, alcuni osservatori sottolineano che la questione del Sahara Occidentale resta uno degli ultimi dossier di decolonizzazione in Africa. In questo contesto, per la leadership saharawi, il percorso della RASD nell’Unione Africana costituisce uno dei pilastri della propria legittimazione internazionale e della rivendicazione del diritto all’autodeterminazione.

Cinquant’anni dopo la proclamazione, la presenza della RASD nell’Unione Africana continua dunque a rappresentare, per il popolo saharawi, un simbolo di resistenza politica e di appartenenza al contesto africano, nella prospettiva di una soluzione definitiva e conforme al diritto internazionale.

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