Sassonia (Germania), 15 novembre 2025 – L’Università di Dresda ha organizzato una conferenza dedicata alla questione del Sahara Occidentale, alla presenza di studenti e docenti tedeschi. L’incontro di giovedì 13 novembre, guidato dall’attivista saharawi Khadija Badati, ha rappresentato un importante momento di approfondimento accademico e di sensibilizzazione sulla situazione nel territorio non autonomo più longevo al mondo.
Badati ha illustrato in dettaglio le gravi violazioni dei diritti umani nelle città saharawi occupate, denunciando le repressioni sistematiche attuate dalle autorità marocchine. Tra i temi affrontati anche il cosiddetto “muro marocchino della vergogna”, una barriera militare lunga oltre 2.700 km che continua a dividere famiglie e territori, simbolo dell'occupazione e della sofferenza della popolazione saharawi.
Un altro punto centrale è stata la condizione dei rifugiati saharawi, costretti a vivere da decenni nella diaspora a causa del conflitto irrisolto, nonché gli sviluppi politici più recenti, inclusa la Risoluzione 2797/2025 del Consiglio di Sicurezza, che riafferma il diritto del popolo saharawi all'autodeterminazione.
Il giovane attivista saharawi e studente universitario intervenuto alla conferenza ha inoltre analizzato le decisioni della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con particolare attenzione ai casi che coinvolgono aziende tedesche accusate di investire illegalmente nel Sahara Occidentale, in violazione del diritto internazionale.
L’incontro ha suscitato forte interesse tra studenti e docenti, che hanno partecipato attivamente alla discussione, esprimendo il desiderio di approfondire ulteriormente il tema e di comprendere meglio la realtà dell’ultima colonia d’Africa.
Il rappresentante del Fronte Polisario in Sassonia e Baviera, Mohamed Aba Dakhil, ha confermato che attività simili continueranno fino a metà dicembre. L’obiettivo principale è sensibilizzare l’opinione pubblica tedesca e internazionale sulla causa saharawi, sulla sua lotta per la libertà e sulle ingiustizie subite in 50 anni di occupazione, in attesa dell’unico esito conforme al diritto internazionale: l’autodeterminazione.
