Washington, 10 novembre 2025 – È davvero l’autonomia del Sahara Occidentale ciò che il Marocco vuole ottenere?
Questa è la domanda provocatoria sollevata dal quotidiano statunitense The Washington Post in un’analisi pubblicata questa settimana, nella quale si ipotizza che Rabat, pur promuovendo l’autonomia come soluzione ufficiale al conflitto, ne stia in realtà impedendo l’attuazione per motivi interni di stabilità politica.
Secondo il giornale americano, il piano di autonomia – che il Marocco presenta come “l’unica base credibile” per risolvere la disputa con il Fronte Polisario – potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio per il regno, minacciando di riaprire vecchie ferite regionali, in particolare nel Rif.
Un piano che divide: tra diplomazia e timori interni
L’analisi arriva pochi giorni dopo l’adozione, il 31 ottobre 2025, della nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che per la prima volta menziona esplicitamente un’“autonomia sotto sovranità marocchina” come possibile soluzione al conflitto.
Mentre Rabat ha accolto la risoluzione come una vittoria diplomatica, il Washington Post invita alla cautela: dietro questa apparente svolta potrebbe celarsi un rischio politico interno che la monarchia marocchina teme da tempo — l’effetto domino in altre regioni del regno.
“Se il Marocco concede l’autonomia a una regione contesa, perché non al Rif?”, si chiede il quotidiano, citando le parole di un attivista rifiano residente in Europa. “Le nostre richieste sono le stesse: dignità, uguaglianza e controllo delle risorse”.
La paura dell’effetto boomerang:
La testata americana sottolinea come il palazzo reale marocchino tema che il riconoscimento dell’autonomia nel Sahara Occidentale possa incoraggiare altre regioni, come il Rif o il Souss, a rivendicare maggiore autogoverno.
L’articolo ricorda che il movimento di protesta del “Hirak del Rif” (2016-2017), scaturito da forti disuguaglianze socioeconomiche e represso duramente dalle autorità, ha radici storiche profonde: negli anni ’20, Abdelkrim El Khattabi fondò la Repubblica del Rif, poi schiacciata dalle forze coloniali franco-spagnole con l’appoggio della monarchia marocchina.
A distanza di un secolo, il Partito Nazionalista del Rif (PNR) mantiene viva quella memoria storica e oggi torna a chiedere autonomia, citando proprio il precedente saharawi come motivo di legittimità.
“Il Marocco gioca su due fronti”
Gli analisti intervistati dal Washington Post sostengono che Rabat mantenga una doppia strategia: promuovere l’autonomia come strumento diplomatico per ottenere consensi internazionali, ma bloccarne l’attuazione pratica per evitare che diventi un modello replicabile a livello interno.
Dal 2007, anno in cui il Marocco ha presentato ufficialmente il proprio piano di autonomia, non è stato realizzato alcun trasferimento di poteri locali, né sono state organizzate elezioni o istituiti organi di autogoverno.
“Il Marocco gioca su due fronti”, afferma un diplomatico europeo citato dal giornale. “Da un lato, presenta l’autonomia come un piano di pace; dall’altro, la mantiene solo sulla carta per impedire che il Rif o altre regioni rivendichino lo stesso diritto”.
Reazioni Saharawi: “Un dono avvelenato”
Il Washington Post ricorda inoltre che il Fronte Polisario, riconosciuto dalle Nazioni Unite come legittimo rappresentante del popolo saharawi, ha definito la risoluzione del Consiglio di Sicurezza un “dono avvelenato” concesso dagli Stati Uniti al Marocco.
Il movimento indipendentista ribadisce la propria posizione storica: nessuna autonomia può sostituire il diritto all’autodeterminazione, garantito dal diritto internazionale e dalle risoluzioni dell’ONU.
Autonomia o instabilità?
L’articolo conclude con una riflessione inquietante: se l’autonomia venisse effettivamente concessa, potrebbe non significare la fine del conflitto, ma l’inizio di una nuova fase di instabilità interna per il regno marocchino.
“Nei vicoli di Al Hoceima o Nador, alcuni già sussurrano: se il Sahara ottiene l’autonomia, perché non possiamo ottenerla anche noi?”, scrive il Washington Post, suggerendo che la stessa proposta che Rabat presenta come soluzione potrebbe trasformarsi nel suo più grande dilemma politico.
