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Naâma Asfari in sciopero della fame: la famiglia accusa le autorità marocchine e chiede un intervento internazionale urgente



Sahara Occidentale, 24 luglio 2026 – La famiglia del difensore saharawi dei diritti umani e prigioniero politico Naâma Asfari ha lanciato un nuovo appello alla comunità internazionale, ritenendo le autorità marocchine responsabili delle conseguenze del prolungato sciopero della fame intrapreso dall’attivista dall’8 giugno 2026.

In una dichiarazione diffusa nei giorni scorsi, la famiglia ha affermato che le autorità marocchine devono assumersi la piena responsabilità di qualsiasi conseguenza sulla salute, sull’integrità fisica e sulla vita di Naâma Asfari derivante dal mancato accoglimento delle sue richieste e dal protrarsi della sua protesta.

Secondo quanto riferito dai familiari, negli ultimi giorni sono stati effettuati numerosi tentativi di contattare l’amministrazione penitenziaria del carcere di Quneitra (Kenitra) per ottenere informazioni sulle condizioni di salute dell’attivista e sulle ragioni dell’interruzione delle comunicazioni, ma senza ricevere risposte adeguate.

La famiglia ha espresso particolare preoccupazione per il fatto che ad Asfari sia stato impedito di comunicare telefonicamente con i propri familiari, un diritto che in precedenza esercitava regolarmente. L’interruzione dei contatti, iniziata secondo la famiglia il 13 luglio 2026, avrebbe aggravato lo stato di ansia e incertezza dei suoi cari.

Di fronte alla gravità della situazione, la famiglia ha rivolto un appello urgente agli organismi internazionali per i diritti umani, tra cui il Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura, il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria, il Comitato Internazionale della Croce Rossa e tutte le istituzioni interessate, affinché intervengano per garantire la tutela della vita e dei diritti fondamentali di Naâma Asfari.

La risposta della famiglia al comunicato dell’amministrazione penitenziaria marocchina:

In un ulteriore comunicato diffuso il 23 luglio 2026, la famiglia di Naâma Asfari ha respinto le informazioni fornite dalla Delegazione Generale marocchina per l’Amministrazione Penitenziaria e il Reinserimento, sostenendo che esse non rappresenterebbero la reale situazione delle sue condizioni di salute e della tutela dei suoi diritti fondamentali.

La famiglia ha ribadito che lo sciopero della fame a tempo indeterminato, iniziato l’8 giugno e giunto alla settima settimana, è una forma di protesta contro la mancata applicazione delle decisioni adottate dagli organismi delle Nazioni Unite, in particolare dal Comitato contro la Tortura (CAT/C/69/D/606/2014) e dal Gruppo di Lavoro sulla Detenzione Arbitraria (WGAD/2023/23).

Nel comunicato, i familiari hanno denunciato il mantenimento del divieto di comunicazione telefonica imposto ad Asfari dal 13 luglio, interpretandolo come una forma di isolamento nei confronti del prigioniero e dei suoi avvocati. Hanno inoltre richiamato il divieto di visita imposto alla moglie, Claude Mangin-Asfari, dal gennaio 2019.

La famiglia ha inoltre contestato il trasferimento di Naâma Asfari in una struttura ospedaliera esterna al carcere avvenuto il 15 luglio 2026, sostenendo di non essere stata informata né dell’operazione né delle sue condizioni di salute.

Nel suo appello, la famiglia ha chiesto alle autorità marocchine di dare immediata attuazione alle decisioni degli organismi delle Nazioni Unite, di garantire l’accesso alle informazioni sul suo stato di salute e di porre fine a qualsiasi forma di ritorsione nei suoi confronti.

Ha inoltre espresso solidarietà agli altri prigionieri politici saharawi, tra cui Mohamed Lamine Haddi, Hassan Dah, Ahmed Sbaï e Mohamed Bani, oltre agli altri membri del Gruppo di Gdeim Izik, denunciando quelle che definisce continue violazioni dei loro diritti.

La famiglia di Naâma Asfari ha infine rinnovato il proprio appello alla comunità internazionale affinché agisca con urgenza per prevenire conseguenze irreversibili, proteggere la sua vita e garantire il rispetto degli obblighi internazionali in materia di diritti umani.

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