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Sahara Occidentale, Naama Asfari entra nella terza settimana di sciopero della fame: cresce l'allarme internazionale per le sue condizioni di salute



Madrid, 29 giugno 2026 – Si aggrava la situazione del prigioniero politico saharawi Naama Asfari, detenuto nel carcere centrale di Kenitra, in Marocco, dove ha ormai iniziato la terza settimana di uno sciopero della fame a oltranza. Le organizzazioni saharawi per i diritti umani lanciano un nuovo appello urgente alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale affinché intervengano per salvaguardarne la vita.

Il Collettivo dei Difensori dei Diritti Umani Saharawi nel Sahara Occidentale (CODESA) ha chiesto alle Nazioni Unite, al Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) e agli altri organismi internazionali competenti di adottare misure immediate per proteggere Asfari, ritenendo il Marocco, in qualità di potenza occupante, pienamente responsabile di qualsiasi aggravamento delle sue condizioni fisiche, psicologiche o mediche derivante dalla protesta.

Una protesta per chiedere giustizia:

Membro del gruppo dei prigionieri di Gdeim Izik, Naama Asfari è in sciopero della fame dall'8 giugno, dopo aver già effettuato nel mese di maggio tre scioperi della fame di 48 ore rimasti senza alcuna risposta da parte delle autorità marocchine.

Con la sua protesta, Asfari chiede l'applicazione del parere emesso nel 2023 dal Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria, che ha giudicato illegale la detenzione dei prigionieri di Gdeim Izik, chiedendone il rilascio. Il detenuto reclama inoltre il trasferimento in un carcere situato nel Sahara Occidentale, per poter essere più vicino ai propri familiari.

Attualmente sta scontando una condanna a 30 anni di reclusione, inflittagli nel 2017 al termine di un processo basato su confessioni che il Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura ha ritenuto ottenute mediante tortura.

Condizioni di salute sempre più preoccupanti:

Secondo fonti vicine al detenuto, Asfari è ricoverato nell'infermeria del carcere di Kenitra in condizioni di forte isolamento. Gli è consentita soltanto un'ora d'aria al giorno e dispone esclusivamente di pochi libri, senza una lampada, un tavolo o una sedia.

Già al dodicesimo giorno di sciopero aveva perso circa cinque chilogrammi. In una breve telefonata ai familiari ha descritto il proprio stato con parole che testimoniano la determinazione con cui affronta la protesta:

«Il mio cervello funziona e sto imparando lo stoicismo.»

CODESA avverte che il protrarsi dello sciopero della fame potrebbe provocare un rapido deterioramento delle sue condizioni di salute e mettere seriamente in pericolo la sua vita.

Le contraddizioni dell'amministrazione penitenziaria marocchina:

Dopo che la stampa francese aveva dato notizia dello sciopero della fame, la Delegazione Generale dell'Amministrazione Penitenziaria marocchina ha negato la fondatezza delle rivendicazioni avanzate dal detenuto.

Tuttavia, nella stessa dichiarazione ufficiale, l'amministrazione ha ammesso che l'ultima visita di Naama Asfari in un ospedale esterno risale al 15 dicembre 2017, oltre otto anni fa.

Per le organizzazioni saharawi, questa ammissione smentisce le affermazioni secondo cui il detenuto riceverebbe un adeguato monitoraggio sanitario. La nota ufficiale si limita infatti a elencare alcuni servizi disponibili nella cella – tra cui televisione, passeggio quotidiano e dieta medica – senza affrontare le principali richieste avanzate dal prigioniero: il trasferimento nel Sahara Occidentale e il rispetto delle decisioni delle Nazioni Unite.

Un rapporto denuncia una "catastrofe silenziosa" nelle carceri marocchine

Il caso di Asfari coincide con la pubblicazione, il 17 giugno, del rapporto annuale 2025 della Lega per la Protezione dei Prigionieri Saharawi nelle Carceri Marocchine, intitolato "Nessun trattamento... Nessuna visita... Nessuna giustizia".

Il documento denuncia un quadro estremamente allarmante, registrando 26 scioperi della fame, individuali e collettivi, nel corso del 2025 e descrivendo l'assistenza sanitaria nelle carceri marocchine come una vera e propria "catastrofe silenziosa", caratterizzata da cure negate, malattie croniche non trattate, utilizzo di farmaci scaduti ed esposizione dei detenuti a sostanze tossiche durante le operazioni di disinfezione.

Il rapporto evidenzia inoltre che Claude Mangin, cittadina francese e moglie di Naama Asfari, continua a non poter far visita al marito.

La Lega chiede il rilascio immediato dei prigionieri politici saharawi, l'accesso alle carceri da parte del Comitato Internazionale della Croce Rossa e dei Relatori Speciali delle Nazioni Unite, cure mediche indipendenti e la cessazione dei trasferimenti punitivi e delle rappresaglie contro le famiglie dei detenuti.

Cresce l'attenzione della comunità internazionale:

Il 10 giugno, una delegazione composta da rappresentanti dei Ministeri degli Esteri di Danimarca e Norvegia, insieme a diplomatici delle missioni nordiche accreditate a Rabat, ha incontrato per circa 45 minuti alcuni membri di CODESA a El Aaiún, per raccogliere testimonianze sulla situazione dei prigionieri politici saharawi e dei difensori dei diritti umani.

Secondo CODESA, l'abitazione in cui si è svolto l'incontro era sorvegliata da agenti della polizia marocchina, in continuità con quanto già avvenuto in occasione di precedenti incontri con delegazioni diplomatiche straniere.

Nuove condanne contro ex prigionieri politici saharawi:

La repressione, secondo le organizzazioni saharawi, non riguarda soltanto il caso di Naama Asfari.

L'8 giugno, lo stesso giorno dell'inizio del suo sciopero della fame, il Tribunale di primo grado di Guelmim ha condannato in contumacia gli ex prigionieri politici saharawi Salek Baber, El Bar Kentaui e Abdessamad Tika a sei mesi di reclusione e al pagamento di una multa di 5.000 dirham, senza la presenza degli imputati né dei loro avvocati.

Secondo CODESA, i tre erano stati perseguiti per aver preso parte, il 12 marzo, alla cerimonia di benvenuto organizzata in occasione della liberazione del prigioniero politico saharawi Hussein Bourkab, scarcerato dopo due anni di detenzione.

Baber e Kentaui appartengono inoltre al gruppo degli studenti saharawi condannati nel 2016 a pene comprese tra tre e dieci anni di carcere. Nel parere n. 67/2019, il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria ha stabilito che tali studenti erano stati arrestati senza mandato, detenuti in isolamento e sottoposti a torture, aggressioni e minacce di stupro per costringerli a firmare confessioni, chiedendone il rilascio e il risarcimento.

Secondo le organizzazioni saharawi per i diritti umani, il caso di Naama Asfari rappresenta il simbolo di un sistema caratterizzato dal mancato rispetto delle decisioni delle Nazioni Unite, dai trasferimenti dei detenuti lontano dalle famiglie, dalla negligenza sanitaria e dal ricorso alla repressione giudiziaria nei confronti di chi documenta o denuncia le violazioni dei diritti umani nel Sahara Occidentale.

Dopo quindici anni di detenzione, Naama Asfari continua a portare avanti la sua protesta con quella che considera la sua ultima forma di resistenza: lo sciopero della fame.

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