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La Repubblica Saharawi porta alla Corte africana la questione climatica legata all’autodeterminazione



Campi profughi saharawi, 2 aprile 2026 – La Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) ha presentato un contributo legale formale alla Corte africana dei diritti dell'uomo e dei popoli, intervenendo nel dibattito continentale sulla giustizia climatica e sugli obblighi degli Stati di fronte alla crisi ambientale globale.

Secondo quanto reso noto dal gruppo di lavoro saharawi incaricato delle risorse naturali e degli affari legali, il memorandum è stato depositato il 30 marzo 2026 in risposta alla richiesta avanzata lo scorso anno dalla Unione panafricana degli avvocati (PALU), che ha sollecitato un parere consultivo della Corte sugli impegni giuridici degli Stati africani in materia di cambiamento climatico.

Nel documento, la RASD ha scelto di utilizzare questo importante procedimento giudiziario per mettere in evidenza le sfide specifiche legate alle situazioni di occupazione e colonizzazione, con particolare riferimento al caso del Sahara Occidentale. L’obiettivo è sensibilizzare i giudici africani e la comunità internazionale sulle condizioni eccezionali in cui vive il popolo saharawi.

Il contributo sottolinea infatti come i saharawi siano costretti a fronteggiare una duplice realtà: da un lato, quella di un popolo soggetto a occupazione nella propria terra; dall’altro, quella di rifugiati esposti a condizioni climatiche estreme. Una condizione che li rende tra i più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico.

Al centro del memorandum vi è il legame inscindibile tra giustizia climatica e diritto all’autodeterminazione. La dichiarazione evidenzia come l’occupazione del Sahara Occidentale da parte del Marocco – che perdura da circa cinquant’anni – abbia ostacolato il completamento del processo di decolonizzazione, creando una situazione giuridica e politica eccezionale.

La Repubblica Saharawi ha inoltre messo in guardia contro il rischio di strumentalizzazione delle politiche ambientali, denunciando possibili pratiche di “greenwashing” finalizzate a legittimare, sul piano internazionale, progetti realizzati in territori occupati. Secondo il documento, la lotta al cambiamento climatico non può essere utilizzata per giustificare attività su terre considerate illegalmente occupate.

Nel suo intervento, la RASD ribadisce che le norme fondamentali del diritto internazionale – in particolare il divieto di acquisizione di territori con la forza – devono costituire il quadro di riferimento imprescindibile per qualsiasi azione o obbligo in materia climatica.

In conclusione, il gruppo di lavoro saharawi ha riaffermato l’impegno dello Stato a proteggere le proprie risorse naturali e a garantire che ogni iniziativa contro il cambiamento climatico sia fondata sul pieno rispetto della sovranità dei popoli e del loro diritto all’autodeterminazione, in linea con i principi dell’Unione Africana e del diritto internazionale.

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